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I giovani della NGCX si raccontano

Cinque ragazzi poco più che ventenni vivono l’avventura della Silicon Valley con il NECSTLab
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I giovani della NGCX si raccontano

Cinque ragazzi tra i venti e i ventuno anni, approdati al NECSTLab attraverso percorsi diversi. Sono i più giovani del gruppo della NECST Group Conference, e vogliono raccontarci di sé e dell’esperienza che stanno vivendo a San Francisco.

Il loro incontro con il NECST inizia con un hackathon: un evento che per loro non è finito dopo le canoniche trentasei ore. Le loro storie sono molto diverse, ma tutti hanno deciso di rimanere in laboratorio per portare avanti i propri progetti. Negli ultimi mesi, l’obiettivo comune è stato quello di arrivare a San Francisco per la NGCX.

«Da qualche anno sviluppo software in vari ambiti» racconta Riccardo De Santi, che è al secondo anno di ingegneria informatica. «L’anno scorso ho fatto un internship come software engineer in India e ho capito che quella figura non mi soddisfaceva pienamente perché ero piú interessato alla ricerca tecnica: mi interessavano creatività, lavoro mentale, innovazione. Ho cercato quindi un contesto che valorizzasse questi aspetti e ho trovato il Poli e l’hackathon del NECST. Un percorso di due mesi che si è concluso con la vittoria della mia squadra».

«La NGCX mi sta dando accesso a un network di riferimento, fatto di ex studenti italiani che hanno iniziato come noi, e con cui posso confrontarmi e capire come migliorare. Inoltre mi ha dato una motivazione per superare i miei limiti, e tanta energia per affrontare le sfide».

«Ho trovato particolarmente interessante la possibilità di visitare realtà distanti e tra loro differenti, cosa che mi aiuterà a orientarmi meglio tra il mondo della ricerca e quello dell’azienda», spiega Luca Danelutti, anche lui al secondo anno di ingegneria informatica. «Un altro elemento molto stimolante di questa esperienza è sicuramente il confronto tra la società italiana e quella americana: due mondi lontani, entrambi con i propri pregi e difetti».

«Sicuramente il potermi relazionare con ragazzi che dopo un percorso simile al mio sono approdati in Silicon Valley mi sta trasmettendo molta determinazione e voglia di impegnarmi per raggiungere i miei obiettivi. Sono venuto a contatto con uno stile di vita totalmente differente: vedere come le persone che hanno fatto questo percorso affrontano i problemi, le difficoltà e i rischi conseguenti alla scelta di lavorare all’estero si sta rivelando utilissimo».

Luca Malagutti è il terzo elemento della squadra che ha vinto la seconda fase dell’hackathon di ottobre 2018. Non ha mai avuto un’irresistibile attrazione per una disciplina specifica: «Ho scelto ingegneria informatica perché era qualcosa che non mi dispiaceva, e vedevo che mi riusciva bene», racconta.

«Dopo la vittoria all’hackathon con Luca e Riccardo, Santa (come viene chiamato familiarmente dai ragazzi il prof. Marco Santambrogio, il responsabile del NECSTLab) ci ha assegnati allo sviluppo della suite di app per il NECSTCamp. In particolare, io ho lavorato all’app sul monitoraggio della nutrizione e, pur sacrificando un po’ di lezioni, sono riuscito a portare a termine il lavoro, e ora tutto il gruppo di San Francisco la sta usando durante la NGC».

«Trovo il viaggio a San Francisco interessante, perché la Silicon Valley è la mecca dell’ingegnere informatico, ed è incredibile avere la possibilità di vedere in prima persona come sarebbe venire a lavorare qui. Nelle aziende posso partecipare a conversazioni interessanti con persone che lavorano ai piani alti di ogni ambito dell’informatica; ciò può confondere, ma anche aiutare a farmi capire cosa scegliere per il mio futuro».

«La cosa piú bella è vedere che gli sforzi di tutti questi mesi sono arrivati a una conclusione concreta con il viaggio e la possibilità di presentare il nostro lavoro alle aziende e università più importanti al mondo».

«Con l’informatica all'inizio mi ha aiutato mio padre, poi ho continuato da solo», ricorda Giacomo Randazzo, che frequenta il terzo anno di ingegneria matematica. È parte della squadra che ha vinto la prima fase dello stesso hackathon. «A San Francisco ho portato con me un’app che ho iniziato a sviluppare un paio d’anni fa».

«Prepararsi per questa esperienza è stato piuttosto complesso: gli impegni erano tanti e difficili da combinare, ma ne è valsa la pena. Certo, l’ansia prima dei talk è innegabile, e la stanchezza si fa sentire, ma lo stare insieme in questo percorso mi ha aiutato e mi sta tuttora aiutando a superare le difficoltà».

«Quando sono partito, avevo un’idea non totalmente positiva della Silicon Valley e dell’atteggiamento individualistico che caratterizza questo mondo, le cui conseguenze si ripercuotono sulle città e sulla situazione sociale. Tuttavia, essere qui mi ha permesso di toccare con mano una mentalità diversa: parlare con persone che vivono qui ogni giorno mi ha dato una nuova prospettiva, di cui è impossibile rendersi conto dall’Italia, e che mi ha permesso di rivalutare e apprezzare alcune realtà».

Luisa Cicolini è entrata al NECST un anno fa vincendo l’hackathon di marzo 2018, ma ha un background diverso: studia ingegneria energetica, e i suoi interessi sono vicini alla meccanica. «Ho scoperto il mondo dell’informatica solo all’università, e ho deciso di avvicinarmici. In questo momento mi ritrovo in un contesto che è spesso distante da quello che studio, e forse proprio per questo ne resto costantemente affascinata».

«La cosa che più mi rimarrà di questo viaggio è il senso di condivisione che si è instaurato tra i partecipanti. Di solito vedo queste persone in laboratorio, ognuno indaffarato nei propri progetti, ed aver condiviso con loro questa esperienza unica nel suo genere ci ha unito molto».

«Il confrontarmi con ragazzi poco più grandi di me che sono passati per le mie stesse paure e difficoltà mi servirà da ispirazione», confessa. «Spesso mi sembrava di essere l’unica a pensare certe cose, e mi sono piacevolmente ricreduta quando, parlando con gli altri, ho visto persone che condividevano le mie stesse difficoltà o le avevano condivise in passato. Questa è forse la cosa più importante che ho imparato finora: il valore che dobbiamo dare alle nostre fatiche quando lavoriamo sodo su qualche progetto».

«Vedere così tante realtà diverse mi affascina, e mi sembra impossibile riuscire a scegliere di specializzarmi in qualcosa; credo però che questo momento di caos sia più che necessario, e spero mi permetta di compiere scelte più consapevoli in futuro».

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