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Guido Carella: i sette driver per far ripartire l'Italia

Ci vuole una presa di coscienza collettiva da parte di tutte le componenti sociali del Paese per uscire dalla crisi, attraverso una visione prospettica, obiettivi concreti e credibili. Si riparte solo avendo come stella polare il lavoro, con un programma di azioni che richiede uno sforzo enorme da parte di tutti coloro che possono decidere e influire sulle decisioni. È l’opinione di Guido Carella, presidente di Manageritalia
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Guido Carella: i sette driver per far ripartire l'Italia

Il sistema Italia sta subendo pesanti ripercussioni dalla pandemia. Come ne possiamo uscire?
«Le criticità del nostro Paese si sono manifestate con grande evidenza causa crisi pandemica, ma arrivano da molto lontano, da scelte che da molti anni hanno sempre privilegiato l’oggi e non il domani. Con le dovute eccezioni di quanti hanno agito le proprie responsabilità nel bene della collettività, sia nella società civile sia tra i servitori dello Stato, molti fino al sacrificio estremo con la perdita della vita.

Io credo sia opportuna una pubblica assunzione di responsabilità collettiva e individuale da parte delle diverse comunità sociali. A partire dalla mia, quella manageriale, a quelle politica, imprenditoriale, scientifica e accademica, della tecnocrazia, della comunità giudiziaria, della comunicazione, dei saperi e anche dei sindacati. Noi abbiamo dilapidato negli ultimi 50 anni – soprattutto la politica che da decenni si è chiusa nell’angolo del consenso breve – il grande sforzo di rinascita che l’Italia ha compiuto nel dopoguerra, e che ha reso a quel tempo quel piccolo Paese, quel puntino sulla carta geografica del pianeta a nord dell’Africa ma al centro del Mediterraneo, la quinta potenza economica e industriale del mondo. Aveva rigenerato la storia millenaria di un piccolo-grande Paese che più di altri ha contribuito a generare la cultura e la civiltà del mondo occidentale.

Quindi, prima di parlare delle scelte che si faranno per rendere il Paese più sostenibile e dare maggiore sicurezza alle prossime generazioni, che finora ci hanno prestato il loro futuro, io credo che sia assolutamente necessario un Patto per il Paese tra tutte le comunità sociali che sono chiamate a prendere delle decisioni. Ciascuna nei limiti delle proprie azioni, dei propri diritti, dei propri doveri, ma con la consapevolezza che le decisioni e le azioni da intraprendere ognuna ha riflessi e impatti su tutti gli altri contesti. Non si può continuare a lavorare per compartimenti stagni. 

Abbiamo quindi la necessità, come Paese, di esprimere, vivere e agire un maggiore senso di collettività, direi di senso civico, di rispetto verso ogni singolo cittadino che possa poi riconoscersi in una collettività più ampia. Con la consapevolezza che le diversità di genere, di età, di competenze, di razza, di religione, politiche e sociali, sono un valore per orientare le scelte atte a minimizzare o addirittura a eliminare le polarizzazioni. Quindi, trovare convergenze per dare risposte concrete alle attese dei cittadini. Ricordo che sono ricorrenti i richiami su questi temi da parte del nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella». 

Su che cosa puntiamo per ripartire?
«La risposta è semplice: lavoro, lavoro, lavoro. Io la articolerei su sette driver di progetto di azione. Il primo è il sostegno alle imprese più produttive di tutti i settori che innovano e creano nuovo lavoro. Ricordo che queste imprese, che hanno iniziato processi di ristrutturazione prima ancora della crisi, l’hanno certamente attraversata meglio delle altre. Il secondo driver è rafforzare il nostro sistema produttivo delle tante, troppe, piccole imprese aiutandole a superare i gap tecnologici.

Quello della digitalizzazione è un ritardo enorme per le pmi. Occorre quindi aiutarle a superare questi gap come quello dimensionale e quello organizzativo. Io credo che diventi sempre più ardua la competizione sia sul mercato interno, sia su quello internazionale. Il terzo driver è sostenere il completamento della trasformazione digitale per l’intero Paese, che non vuol dire immettere nuova tecnologia, ma immettere un volano per riprogettare e ripensare i nuovi assetti organizzativi e, soprattutto, i nuovi assetti produttivi.

Qui devo sottolineare un’esigenza molto forte da attivare nella pubblica amministrazione. Il quarto driver è il Piano nazionale delle infrastrutture: completare e aprire il maggior numero di cantieri. Il quinto driver è riqualificare e aggiornare i nostri modelli formativi, a partire dalla scuola materna fino all’università. Noi dobbiamo porci come Paese l’obiettivo di recuperare nel tempo necessario – mi rendo conto che non è un processo che si può esaurire in tempi brevi – il gap di conoscenze degli italiani che è in rapporto di uno a cinque rispetto a tutti gli altri paesi industrializzati.

E qui vorrei sottolineare che abbiamo un gran numero di italiani inconsapevoli e questo crea un terreno molto fertile e un humus per generare ogni tipo di populismo. Il sesto driver l’ho individuato nel rivedere tutto l’impianto delle politiche attive e, contemporaneamente, un drastico ridimensionamento delle politiche passive, rendendo universale il diritto alla formazione continua – cosa che qualche contratto ha cominciato a recepire – e affiancarlo con il diritto individuale di sostegno alla propria occupabilità. Questo significa dare capacità di sostegno alla propria capacità di disimparare e di riaggiornarsi con continuità.

Quindi occorre progettare un modello che metta in connessione imprese, scuole, università, organizzazioni di rappresentanza, ministero del Lavoro e centri di analisi e studio dell’evoluzione o involuzione degli scenari prospettici dei cicli delle attività produttive, su possibili nuovi trend, sul lavoro che cambia, sui nuovi lavori, sulle politiche attive. Io credo che un modello del genere possa cogliere obiettivi davvero molteplici. Il primo è quello di fornire indicazioni e dati prospettici a scuola e università per aggiornare in continuità i programmi formativi in modo da cogliere i segnali di cambiamento. Il secondo è fornire benchmark, dati e tendenze al sistema produttivo, quindi rendere possibile alle aziende di orientare in modo prospettico le proprie capacità di innovare e così rifocalizzare le proprie attività produttive. Ancora, fornire servizi di riorientamento e sostegno alla propria occupabilità.

Un altro obiettivo importante è ridurre in modo drastico il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, e questo metterebbe in condizione anche gli intermediari del lavoro di rendere la loro attività più efficace ed efficiente. Un lavoratore che si sostiene in continuità e che si aggiorna costantemente ha la possibilità, a fronte di una rete di servizi adeguata e moderna, di potersi scegliere da solo l’impresa e l’imprenditore con il quale andare a lavorare.

E poi, dare maggiori opportunità ai nostri giovani di restare in Italia e magari incentivare il ritorno di quelli che già lavorano all’estero. Il settimo driver, quello che secondo me richiede il maggior sforzo, è quello di mettere in sicurezza le persone. Quindi progetti che possano rendere il nostro paese più resiliente, per permetterci di rispondere meglio alle crisi ambientali, che saranno sempre più ricorrenti, alle crisi sanitarie, a quelle sociali e infrastrutturali. Ricordo le tante scuole che sono a rischio, i ponti che crollano e i cantieri stradali che sono in attività perenne su molte nostre strade. Queste sono, secondo me, le cose prioritarie per poter ripartire».

Come possiamo mettere a terra questi driver?
«Con una grande assunzione di responsabilità da parte di tutte le componenti sociali del Paese, a partire dalla politica. E soprattutto mettere al centro delle decisioni le competenze. Queste hanno la possibilità di attivare dei circoli virtuosi nei processi decisionali. In più, diciamo che le competenze fuori dal sistema produttivo possono svolgere un duplice ruolo di raccordo: il primo con la politica, alla quale fornire analisi, scenari, dati, indirizzi e documentazioni.

Poi spetta assolutamente alla politica il dovere e l’obbligo di fare delle scelte e renderle utili nell’interesse della collettività. Il secondo raccordo è con la tecnocrazia, che ha in questo caso il compito di semplificare e rendere più agevole l’azione delle scelte politiche. In questa fase, già da più parti, da molti opinion leader e anche da qualche politico viene evidenziato come questo sia il momento di dimostrare la centralità delle competenze. Questa centralità è stata posta drammaticamente alla ribalta dalla crisi pandemica.

In subordine alle competenze, il riconoscimento del merito. Un’altra centralità che viene sempre più rivendicata è il coordinamento tra tutti i soggetti sociali all’interno di una visione di sistema. Ulteriori evidenze sono l’essere concreti e rendere gli obiettivi credibili, per generare un’ampia condivisione nel Paese e soprattutto generare fiducia nel futuro, per riannodare quel rapporto generativo tra cittadini e stato. Ho la consapevolezza che la situazione nel nostro Paese non può cambiare nel breve termine, poiché occorrerà una fase di transizione, spero non molto lunga, e che possa portare a metodo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che mi auguro recepisca gli insegnamenti, le indicazioni, gli indirizzi che il lungo periodo di crisi ci ha evidenziato.

Il nostro paese potrà disporre di ingenti risorse rese disponibili dall’Unione europea, oltre alle risorse proprie che, a causa della crisi pandemica, già sono andate a incrementare il nostro debito pubblico proiettandolo verso una cifra che si avvia ad essere quasi il doppio del nostro Pil. Chi possiede le competenze in questo momento ha il dovere e l’obbligo, insieme a tutti i decisori, di attivare tutte le possibili azioni per garantire il contenimento e la graduale discesa del debito pubblico. Anche per onorare quel pagherò – come dicevo prima – che le generazioni future ci hanno prestato e che si aspettano venga fatto».

Guardando alle aziende, da dove deve partire il cambiamento per i manager?
«I manager ci sono e vogliono rivendicare in questo periodo il ruolo di attivatori di questi nuovi orizzonti. Noi non dobbiamo rassegnarci a una lunga stagione di sussidi ma, al contrario, i manager possono agire per attivare questa grande voglia di riscatto, per avviare una stagione di riforme innovative vere. Non riforme di riforme, di riforme già fatte, che non danno risposte sostenibili nel tempo. Dobbiamo avviare quindi una stagione di riforme vere che possano portare, dopo decenni, la produttività, i livelli occupazionali, la formazione, la sanità, il fisco, la giustizia, il welfare sociale, i servizi pubblici, la pubblica amministrazione su un sentiero di crescita produttiva, organizzativa e soprattutto di semplificazione burocratica.

Da tempo, come Manageritalia, stiamo lavorando a una visione prospettica. Non è un caso che più di 25 anni fa abbiamo sancito, primo contratto, il diritto individuale alla formazione continua con la nostra Business School. Questo credo sia un supporto assolutamente necessario, ma in questo momento la formazione non basta più: occorre tutto un sistema di sostegno vero all’occupabilità che metta in condizione i lavoratori di aggiornarsi di continuo e di sapere di avere strumenti e indicazioni necessari per poter aggiornarsi in funzione prospettica, non rispetto all’oggi, ma rispetto a quello che potrebbe essere tra cinque o dieci anni. Questo sia per chi lavora, sia per chi è in cerca della prima occupazione».

La trasformazione digitale è in atto, ma non abbiamo poi tanto tempo.
«La rivoluzione digitale dà indicazioni ben precise su quella che deve essere l’organizzazione, ma soprattutto il lavoro del futuro. Questo deve essere sempre più di qualità, man mano che cresce la competenza e la responsabilità nei ruoli. È anche un’opportunità per rendere il lavoro più emancipato, retribuito in modo equo e dignitoso, più coerente e funzionale con la velocità della progressiva rivoluzione digitale. Il rischio è che l’innovazione corre ma l’aggiornamento delle competenze non mantenga il passo. Questa è la grande sfida, il mantenere il passo nell’aggiornamento delle competenze rispetto alla velocità dei progressi tecnologici.

C’è anche la possibilità che questo lavoro sempre più di qualità, che richiede competenze sempre aggiornate, possa aprire le porte alla partecipazione nei processi decisionali delle imprese, cosa che nel prossimo futuro ritengo sempre più necessaria, poiché i lavoratori potranno avere la possibilità di scegliere la propria impresa. Cambia il paradigma: non più il capitale e l’impresa contro la prestazione, ma capitale contro capitale, essendo il capitale di chi presta l’opera un patrimonio di competenze e conoscenze che possa mettere il lavoratore in condizione di scegliersi il proprio imprenditore. E in questo la digitalizzazione può fare un grandissimo lavoro in termini di evoluzione sia del modo di produrre, sia di lavorare». 



Questa intervista a Guido Carella è stata ripresa da Business Community, cover 30 settembre 2020.

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