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L’era delle startup è finita?

Verso un nuovo paradigma: restartup, ovvero fare meglio ciò che sappiamo fare. Oltre la retorica e i falsi miti d’oltreoceano verso un modello di Pmi italiana innovativa
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L’era delle startup è finita?

Quello delle startup è un tema su cui è urgente interrogarsi e con cui è necessario confrontarsi anche per chi opera in settori più tradizionali: l’innovazione infatti non può più – e non deve – restare confinata solo in determinati ambiti.

Le startup molto spesso si sono rivelate strutture un po’ ingenue ed effimere all’interno di una bolla gonfiata da consulenti, incubatori e grandi imprese in cerca più che altro di migliorare la propria reputazione sul mercato. Spesso il racconto giornalistico ha confuso tra freelance e imprese innovative, tra incubatori e coworking. Politica e giornali hanno avuto, per ragioni diverse, interesse a enfatizzare il fenomeno startup e lo hanno fatto fornendo dati e statistiche sbagliate che hanno creato solo confusione, ingannando il Paese. Studi più attenti fanno inoltre notare sempre più che le aziende che chiamiamo startup in realtà in molti casi altro non sono che Pmi o, più probabilmente, microimprese.

Le startup italiane non crescono
Secondo il Report 2018 di Startup Europe Partnership, le startup italiane non crescono: sono solo 178 quelle che nel 2017 da startup sono passate alla fase di scale up, riuscendo a crescere velocemente e a scalare il loro mercato. Le startup italiane, insomma, non si comporterebbero da startup innovative semplicemente perché, nonostante rispondano ai requisiti laschi della normativa, in realtà sono per la gran parte microimprese. 

Se davvero per molti imprenditori tradizionali quella delle startup è solo una bolla tra moda e speculazione, occorre sottolineare come questo significhi perdere un’opportunità straordinaria per confrontarsi con nuovi modi di competere sul mercato e, in alcuni casi, per riconfigurare il mercato stesso. Il rischio è soprattutto quello di sottovalutare l’impatto culturale del fenomeno startup. In un Paese come il nostro, in cui l’impresa è stata spesso vittima di ideologie politiche superate e di numerosi preconcetti, parlare di startup ha infatti consentito a molti di avere un alibi per ricredersi e affrontare in maniera propositiva il tema del fare impresa.

Riorganizzare l’esistente: gli ultimi trend
Oggi, a differenza di qualche anno fa, osserviamo una serie di fattori che stanno avviando il fenomeno startup verso una nuova fase di maturazione, rendendolo estremamente più interessante: 

• un numero sempre maggiore (purtroppo ancora insufficiente) di imprese tradizionali sopravvissute alla crisi sta comprendendo la necessità e l’urgenza del cambiamento;

• il cambiamento non si esaurisce più nella retorica di un certo modo di fare web marketing ma trova espressione in una riorganizzazione interna dell’impresa dettata da nuove tecnologie, big data, cloud ecc.: cambiamento dunque come capacità di ridisegnare profondamente l’impresa e la sua catena del valore;

• la cultura startup può – o meglio dovrebbe – essere innestata nelle imprese tradizionali contaminandole e in tal senso assistiamo a diversi tentativi;

• le nuove tecnologie rendono sempre più indispensabile e urgente il passaggio generazionale nelle Pmi;

• si sta facendo sempre più spazio la convinzione che bisogna abbandonare

il mito della startup nata nel garage per abbracciare una via, più italiana se si vuole, che vede nell’innovazione dei processi e delle filiere tradizionali un obiettivo perseguibile;

• la crisi ha indebolito molte imprese rendendole scalabili. Carlo Pelanda, politologo ed economista, in un intervento pubblicato qualche tempo fa, si è soffermato sul fenomeno ancora poco analizzato delle restartup:

«In Italia ci sono migliaia di piccole aziende, tra i 5 e i 20 milioni di ricavi, dotate di tecnologia e knowhow esclusivi, che stanno soffrendo, e molte sono destinate a chiudere, o per ché non riescono a ottenere abbastanza credito o perché la famiglia proprietaria ha problemi nel rinnovare la governance, oppure non sono ben managerializzate. Il Paese è il più grande giacimento al mondo, nelle contingenze, di potenziali restartup a disposizione dei fondi di investimento».

L’enfasi non funziona più
La narrazione stessa (media, accademia ecc.) sta pian piano abbandonando l’entusiasmo per gli effimeri emulatori del modello californiano (nato in un ecosistema profondamente diverso dal nostro) per raccontare quei casi di successo, meno eclatanti ma certamente più solidi, che si basano sul fare meglio ciò che sappiamo fare, sul valorizzare le nostre competenze e i punti di forza del sistema Italia. Sono segnali che portano finalmente un osservatore come il sottoscritto, attento ma critico verso il fenomeno startup (fatemi dire spesso a ragione), ad affermare che si sta entrando in una nuova fase potenzialmente molto interessante per le imprese che sapranno coglierne le potenzialità e per gli effetti che – mi auguro – tutto ciò potrà avere sulla ripresa economica del nostro Paese. 

Digitale e innovazione
Emil Abirascid in un suo articolo su Startup Business sviluppa alcune considerazioni provocatorie intorno a un concetto forte: «È finita l’era delle startup, almeno se consideriamo la definizione più classica di startup: azienda digitale che vuole diventare una global company e valere miliardi di euro, dollari o bitcoin. Abbiamo sempre detto, e ribadiamo, che le startup non sono solo quelle “pure digital” ma anche quelle che sviluppano innovazione, che creano nuove tecnologie, che usano al meglio le tecnologie esistenti per innovare i modelli di business in molti altri settori, e soprattutto abbiamo sempre detto, e confermiamo, che le startup sono innovative non solo perché fanno cose nuove ma anche e soprattutto perché fanno cose in modo nuovo applicando nuovi paradigmi e una nuova filosofia dell’imprenditorialità. Detto questo però siamo di fronte a un fenomeno che inizia ad avere tratti piuttosto definiti: i giganti della tecnologia si mangiano le startup, o meglio si mangiano le opportunità per le startup di svilupparsi e crescere». 

Pmi dinamiche
Partendo da qui possiamo evidenziare alcune criticità del sistema startup che, in realtà, ci aiutano a delineare un nuovo tipo di Pmi che mi piace chiamare «Pmi dinamiche» per evitare di rientrare nella definizione normativa (più restrittiva) di Pmi innovative. Sono le startup sopra descritte: Pmi che non si accontentano del loro business e non crescono più, ma che accettano la sfida dimensionale e la vincono. 

Tale vittoria non significa smettere di essere Pmi ma richiede di ridefinire i limiti dimensionali minimi necessari per competere sul mercato, affrontare con maggiore consapevolezza le trasformazioni del mercato e probabilmente anche rapportarsi in maniera differente con i propri consulenti che si troveranno a loro volta a dover innovare.

Accelerare per crescere insieme
Sono convinto che il fenomeno startup avrà effetti dirompenti in Italia se e solo se riuscirà a relazionarsi con le Pmi. A questo scopo, gli strumenti normativi e agevolativi in parte già esistono, vanno meglio sfruttati e sicuramente occorre che tutti gli attori del sistema imprenditoriale (imprenditori, investitori, consulenti, istituti di credito, legislatore ecc.) crescano culturalmente ascoltandosi di più. Professionisti e Pmi devono imparare a confrontarsi con player provenienti da altri settori e con le giovani startup. Riconfigurare intuizioni magari acerbe, per farle proprie e integrarle con l’esperienza maturata da chi fa impresa da anni. 

Obiettivo contaminazione
In una bella intervista rilasciata a Francesco Cancellato, Francesco Morace ci ricorda che il segreto per rimanere competitivi sul mercato è «contaminare e farsi contaminare. Essere interdisciplinari, permeabili alle esperienze e alle idee altrui. Se la scommessa sulla crescita passa dalla contaminazione, non ci sono settori e territori migliori di altri. Ognuno è della partita. È un’attitudine che si riscontra nelle università e nelle scuole, perlomeno tra alcuni docenti, nel nuovo artigianato, in alcune amministrazioni pubbliche. Io ho la sensazione che le nostre potenzialità siano sottotraccia, nonostante sulla superficie vi sia un’immagine decadente e stanca». È una tesi che mi è molto cara ma che purtroppo stride, se ci pensate, con quanto accade attualmente nel mondo imprenditoriale italiano di oggi. L’incomunicabilità tra Pmi e startup è una barriera da infrangere, culturale prima di tutto. Il mondo delle imprese in Italia (come quello delle professioni in realtà) è attraversato da importanti cambiamenti e sta affrontando più o meno consapevolmente passaggi importanti (la consapevolezza è un tema chiave su cui torneremo).  

Pmi e startup: un dialogo proficuo
In mancanza di grandi imprese, nel nostro Paese forse bisogna iniziare un percorso che faccia dialogare le due anime imprenditoriali: Pmi e startup. Perché – sono convinto – possono imparare molto le une dalle altre. Perché è importante che i concetti di open innovation, di metodo lean ecc. diventino bagaglio culturale di ogni imprenditore. Perché ormai è necessario per tutti (professionisti compresi) tornare a pensare come startup, ogni volta che lanciamo un nuovo prodotto o che affrontiamo un passaggio generazionale. 

Non possiamo dimenticare, tuttavia, che chi fa impresa deve avere la forza di trasformare i propri sogni in progetti concreti, rapportandosi al proprio territorio, creando un percorso di crescita sostenibile. E sia mai che proprio puntando su queste PMI più coraggiose finalmente si arrivi a creare un mercato più ampio anche per le nostre startup, legato all’open innovation e ai prodotti B2B. Non c’è altro modo di fare impresa. 

Tratto da: "Restartup. Le scelte imprenditoriali non più rimandabili" di Andrea Arrigo Panato (Egea, 208 pagg., 26 euro)

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