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Economia: una fotografia con troppe ombre!

Il punto sull’impatto della crisi pandemica sulla nostra economia nel 2020. Il drammatico calo dei consumi ha colpito soprattutto il terziario è da qui che dobbiamo ripartire. Partiamo da alcuni dati e ne parliamo con Mariano Bella, direttore Ufficio Studi Confcommercio
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Economia: una fotografia con troppe ombre!

Stima l’Ufficio Studi Confcommercio che nel 2020, l’anno della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia, i consumi siano crollati di 120 miliardi rispetto al 2019, qualcosa come 2.000 euro a testa, se consideriamo anche i mancati acquisti degli stranieri in Italia. E seppure gli altri partner europei abbiano subito perdite simili, la differenza è tutta nello stato dell’economia prima della pandemia. Infatti, la nostra economia era già ammalata, visto che dal 2002 al 2019 il nostro pil pro capite reale si è ridotto del 3,7%, mentre nell’eurozona è cresciuto del 15,7%.

Le stime dell’Istat diffuse ieri dicono che il pil ai prezzi di mercato nel 2020 è stato pari a 1.651.595 milioni di euro correnti, con una caduta del 7,8% rispetto all’anno precedente. In volume il pil è diminuito dell’8,9%. Il valore aggiunto ha registrato cali in volume in tutti i settori: -6,0% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, -11,1% nell’industria in senso stretto, -6,3% nelle costruzioni e -8,1% nelle attività dei servizi.

Effetto della pandemia e causa del calo del pil è il crollo dei consumi del 10,8% per tre principali cause: la riduzione del reddito disponibile, la crescente incertezza economica che ha innalzato le esigenze di risparmio precauzionale, la riduzione oggettiva delle opportunità di acquisto dovuta ai vincoli alle attività economiche.

Così le perdite di spesa per consumi – e quindi di valore aggiunto – si sono concentrate in pochi importanti settori: commercio non alimentare, in particolare vestiario e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli, convivialità e cultura, alberghi, bar, ristoranti e viaggi.


La fortunata dipendenza del nostro pil dalla filiera turistica, che ci ha a lungo sostenuto in passato, anche attraverso la voce “servizi” della bilancia dei pagamenti, adesso ci tiene bloccati a terra.

La manifattura ci ha consentito di evitare la doppia cifra nel calo del pil nel 2020. Il turismo e il terziario di mercato, che più hanno pagato, devono essere i protagonisti della ripresa e, possibilmente della crescita nel più lungo periodo.

Guardando al futuro, il 2021 si è aperto peggio delle aspettative. Il primo quarto dell’anno risulta ancora debole. Poi, molto dipenderà dalla capacità di cominciare a riformare la nostra economia con l’accompagnamento dei necessari investimenti.

Le stime di una crescita nel 2021 del 6% della Nota di Aggiornamento risultano troppo elevate alla luce dell’andamento dei primi mesi. L’Ufficio Studi Confcommercio prevede una crescita del pil del +3,8%, con consumi che si svilupperebbero poco sopra il 4%. Troppo poco e, comunque, neppure sufficiente a recuperare anche solo la metà di quanto perso.

Non ci sono dubbi, dobbiamo tornare a crescere tanto, in fretta e in modo lungimirante, non certo con i modi e i ritmi fiacchi degli ultimi decenni. Per questo Next Generationa Eu è determinante sia nella quantità che nella qualità del cambiamento che deve innescare e guidare. Servono riforme, servono investimenti, serve cambiare passo.

Parliamo ora di questa situazione e degli sviluppi con Mariano Bella, direttore dell’Ufficio Studi Confcommercio.

PER LA RIPRESA DOBBIAMO PUNTARE SUI CONSUMI INTERNI, ALMENO ALL'INIZIO E SOPRATTUTTO PER IL TERZIARIO. È CORRETTO? 
Sì, è corretto puntare sul terziario e sui consumi. Ma non in dipendenza di una visione partigiana e sbagliata dell’economia, incardinata sulla superata – e in realtà mai esistita – contrapposizione tra servizi e manifattura, tra esportazioni e consumi. È corretto perché l’evidenza statistica dice che l’industria ha funzionato, anche perché poteva farlo essendo stata oggetto di restrizioni limitate. I flussi turistici e le filiere della convivialità, dello spettacolo e della cultura – insomma le cose per cui vale la pena uscire di casa e incontrarsi, in sostanza vivere – sono rimasti bloccati. Quasi il 100% del valore aggiunto perso nel sistema economico è patito da questi settori e fa il paio con il calo di domanda a essi rivolto. Quindi o si riparte da servizi e consumi o si accetterà di vivere con un equilibrio di perdurante sotto-occupazione e minore benessere in ragione della perdita di un pezzo fondamentale della nostra economia. Nessuno lo vuole.

QUINDI COSA FARE?
Direi che oggi la prima cosa da fare è vincere la battaglia contro la pandemia. È il principale provvedimento economico a beneficio di imprese e consumatori. Caso mai il problema è definire il concetto di vittoria: se l’obiettivo è raggiungere una condizione di zero-covid e nel frattempo mantenere chiuse la maggior parte delle attività economiche, non ne usciremo. Ma qui ci si deve affidare alle autorità sanitarie e alle istituzioni, senza polemiche e in ottica di piena collaborazione. Naturalmente servono ristori commisurati alle perdite di reddito di un intero anno, da marzo 2020 a marzo 2021, senza cavilli legati ai codici Ateco. Culturalmente, bisogna convincersi che i ristori non sono aiuti ma costituiscono un atto dovuto nei confronti di chi non ha potuto produrre per vincoli imposti da ragioni di pubblica utilità. Ripartire è importante, ovviamente, ma per farlo bisogna arrivare vitali al momento in cui si potrà farlo.

BASTA RIATTIVARE LA DOMANDA O SERVE ANCHE UN FORTE CAMBIAMENTO DA PARTE DELLE IMPRESE, E COME?  
Sinceramente non mi piace la retorica del cambiamento. Come studioso dei consumi preferisco enfatizzare il ruolo della tradizione, dei gusti, dell’inerzia. Che non vuole dire passato, ma conservazione e proiezione di valori nel futuro. Sono continuista alla De Rita, insomma. Però, sì, bisogna cambiare, questa volta non ci sono alternative. La pandemia ha chiarito anche ai più riottosi che, per esempio, il canale di vendita virtuale non è un orpello da mee too, come si diceva una volta, ma uno dei tanti strumenti di cui ogni venditore, piccolo o grande, deve dotarsi. E ci ha dolorosamente e definitivamente spiegato che tante imprese del terziario devono davvero puntare sui servizi a valore aggiunto: attenzione al cliente, modalità di vendita differenti, orari estesi, delivery, asporto, rimodulazione dell’offerta nell’ottica che non è il consumatore che mi cerca, ma sono io che faccio in modo di trovarlo o almeno lo metto in condizione di trovarmi (se ho la fortuna di essere cercato in un mare planetario di offerte). Il tutto con la digitalizzazione e dentro un sistema di produzione e consumo sostenibile.

APPUNTO, LA SOSTENIBILITÀ, NON SOLO AMBIENTALE, UNO DEI DRIVER DEL NEXT GENERATION EU, È PER LE IMPRESE UN'OPPORTUNITÀ O UNA MINACCIA?
Perfetto. Il punto è nella qualificazione dentro la sua domanda. La sostenibilità o è assieme ambientale, sociale ed economica oppure è una sciocchezza. In quest’ultimo caso è una minaccia mortale per le imprese, portata dagli indefessi cultori dell’ideologia della decrescita (in)felice. Se invece è la presa di coscienza – riflessa nella conseguente contabilità economica e finanziaria su base aziendale e macroeconomica – che il capitale ambientale ha valore come le altre forme di capitale allora è un’opportunità per tutti, a cominciare dalle imprese.

INFINE, PROPRIO IN TERMINI MACROECONOMICI, COME DEVE CAMBHIARE LA NOSTRA CAPACITÀ DI PRODURRE REDDITO? 
Facendo riferimento all’Italia la risposta è facilissima: deve crescere, e di tanto. Lo si fa riformando il nostro modo di stare insieme nelle comunità sociali e produttive che costituiscono la collettività nazionale. Meno burocrazia per la parte inutile, rafforzamento del capitale umano a tutti i livelli, sviluppo delle infrastrutture materiali e immateriali. È la lista ben nota che si ripropone oggi con NGEU. In fondo l’Europa ci suggerisce il piano di ripresa e resilienza che avremmo dovuto realizzare nella metà degli anni novanta, per partecipare con vigoria e forza propositiva al sistema della moneta unica e al progetto europeo. Non ci resta che sperare di farlo adesso.

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