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Messaggio dunque sono

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Messaggio dunque sono

Chatbots, chatvertising, chatainment e chatmarketing. Per molti rappresentano la nuova frontiera per le aziende che vogliono migliorare la digital customer experience, anche nel mondo fisico, come assistenza in connessione mentre si passeggia, per esempio, nel negozio. Telegram, Slack, la cinese WeChat e la canadese Kik hanno già dato un gustoso assaggio delle potenzialità della “robotizzazione” delle chiacchiere, in ogni direzione di servizio. Molti media (riviste, libri, film) puntano su WhatsApp tramite tool come WhatsService per l’abbonamento di brevi storie in versione chat e molti operatori commerce come Zalando sfruttano la modalità chat per consigli e dritte attorno al tema shopping. Il trend sembra chiaro. Comprare, prenotare, contattare, lavorare, tutto tramite un unico chatbot, compresa la gestione in remoto della nostra casa intelligente (smart home).

Chiaramente non è tutto oro quel che luccica. O meglio, anche i grandi tecnocrati tendono a sopravvalutare l’intelligenza delle macchine e a sottovalutare quella umana, soprattutto quando si diverte a giocare sporco. Lanciato con grandi ambizioni, il chatbot Tay di Microsoft è stato infatti chiuso in fretta e furia dopo che alcuni buontemponi hanno iniziato a insegnare a Tay messaggi “scorretti” tipo «Bush ha causato l’11 settembre e Hitler avrebbe fatto un lavoro migliore».

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