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Coronavirus: qui Malta

Stiamo attraversando una pandemia. Di fronte a un virus altamente contagioso e ancora oggetto di studio, i governi dei diversi paesi hanno adottato specifiche misure, dal lockdown totale ad altri interventi più soft, sempre in relazione alla curva del contagio. Manageritalia ha raccolto alcune testimonianze di suoi collaboratori, manager e professionisti che vivono all’estero in questo periodo. L'obiettivo? Offrire una fotografia di altre realtà e punti di vista, raccontando l'impatto del coronavirus sulla vita quotidiana di società diverse da quella italiana, condividendo esperienze, passi falsi e best practice. Oggi scopriamo come se la passano a Paola, nel sud di Malta, attraverso le parole di Pietro Grandi, che vive qui da alcuni anni e lavora come programmatore informatico.
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Coronavirus: qui Malta

A Malta la crisi è arrivata con qualche settimana di ritardo rispetto all’Italia (nella seconda settimana di marzo), ma, data la dipendenza dalla televisione italiana, abbiamo avuto le prime crisi di panico nei supermercati esattamente negli stessi giorni. Ai viaggiatori di rientro dall’estero veniva chiesto di mettersi in quarantena, anche se non era obbligatorio.
Nonostante questo inizio poco felice, appena il primo caso è stato identificato, sabato 7 marzo se ricordo bene, il Paese si è mosso verso la chiusura progressiva delle frontiere, prima con l'Italia, poi fino al blocco totale in circa 10 giorni e ha implementato la quarantena obbligatoria per chi aveva viaggiato in precedenza, con controlli a casa e sanzioni.

Confermati i primi casi di trasmissione locale, abbiamo assistito a una serie di interventi mirati a impedire manifestazioni sportive, religiose, feste in genere, fino alla regola recentissima che vieta gli assembramenti di più di tre persone in pubblico, a meno che si tratti di familiari o conviventi, e alla chiusura di ristoranti, pub e locali in genere. Molti negozi sono chiusi per scelta, altri controllano l’accesso e hanno aggiunto barriere fisiche per limitare i contatti tra le persone. Non c’è un vero e proprio lockdown, viene richiesto alle persone di uscire il meno possibile e per quello che vedo io nel sud dell’isola il suggerimento è generalmente rispettato.

Devo ammettere che non avere l’obbligo di stare in casa rende la situazione meno pesante, anche se restiamo a casa lo stesso.

Economicamente è un danno enorme poiché l’isola vive di turismo: anche grazie al piano di aiuti Ue, viene stanziata un’indennità di 800 euro al mese che può essere integrata dal datore di lavoro, ma non sono molto informato perché per quanto riguarda il mio settore (informatica, ndr) non è cambiato nulla e quindi non ho cercato informazioni dettagliate a riguardo.
Tutte le aziende sono comunque incoraggiate a fare lavorare i dipendenti da remoto dove possibile. Le persone con cui ho parlato finora non si sono ancora trovate in situazioni disperate, nemmeno chi lavora nelle scuole di lingue che sono chiuse.

Un aspetto molto sorprendente è che molti landlord/ladies hanno volontariamente ridotto canoni di affitto o li hanno sospesi totalmente per aiutare le persone rimaste senza lavoro. Gli stranieri, soprattutto extra-Ue, sono i più colpiti poiché in genere impiegati nel turismo o nell’edilizia.
La conversione di molte attività (pizzerie, snack-bar, groceries...) in take-away è stata velocissima e mi stupisce vedere l’uso disinvolto di Internet anche da parte di gestori poco scolarizzati. Questo aiuta molte attività a lavorare anche in tempi di crisi.

La comunicazione in generale viene gestita bene: c’è una dottoressa incaricata di gestire l’emergenza e non ho notato toni apocalittici o scontri aperti con le istituzioni nei giornali che seguo. Una nota dolente è che sia il primo ministro che la sovrintendente della salute pubblica si esprimono in maltese nelle conferenze ufficiali e non ci sono sottotitoli in inglese, che è una lingua ufficiale. La traduzione è lasciata ai giornalisti: penso che si sia persa un’occasione per trasmettere un messaggio di unità.

In comune con tutto il resto del mondo abbiamo il senso di impotenza e l’idea che non si riesca ancora a vedere la luce in fondo al tunnel.

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