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Coronavirus: qui Santa Clara

Stiamo attraversando una pandemia. Di fronte a un virus altamente contagioso e ancora oggetto di studio, i governi dei diversi paesi hanno adottato specifiche misure, dal lockdown totale ad altri interventi più soft, sempre in relazione alla curva del contagio. Manageritalia ha raccolto alcune testimonianze di suoi collaboratori, manager e professionisti che vivono all’estero in questo periodo. L’obiettivo? Offrire una fotografia di altre realtà e punti di vista, raccontando l'impatto del coronavirus sulla vita quotidiana di società diverse da quella italiana, condividendo esperienze, passi falsi e best practice. Oggi scopriamo come si vive a Santa Clara, nel cuore della Silicon Valley, attraverso le parole di Andrea Borghi, che vive qui da alcuni anni e lavora per una grande azienda farmaceutica come ingegnere software.
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Coronavirus: qui Santa Clara

Vivo in California, uno stato con una popolazione di 39 milioni, e in particolare nella Silicon Valley, dove in base a come si disegnano i confini immaginari vivono tra i 3 e i 4 milioni di persone. L’esperienza di un americano in questo assurdo periodo storico dipende fortemente dallo stato in cui si vive e purtroppo è legata non ad oggettivi criteri scientifici, ma al colore politico del governo dello stato.

Vivo nella contea di Santa Clara, il cuore della Silicon Valley, e per noi il lockdown è iniziato molto presto relativamente alla curva di infezione del Covid-19. A metà marzo, con appena 20 casi confermati nella contea, il governo locale ha deciso di iniziare a incoraggiare il “Work from home whenever possible” (ossia lo “smart working”, termine anglofono, ma utilizzato solo in Europa) e a varare un’ordinanza per limitare il numero di persone e la distanza nei luoghi pubblici. A causa di queste restrizioni, la curva di contagio nella zone dove vivo si è appiattita molto rapidamente.

Queste precauzioni iniziali sono fortunatamente state prese molto seriamente sia dalla popolazione che dalle aziende, che fin da subito, nonostante le misure fossero in gran parte suggerimenti, ha ridotto dell’80% gli spostamenti non necessari. Questo è dovuto probabilmente ad alcuni fattori chiave: quando i primi casi sono stati confermati, l’emergenza in Italia era in piena esplosione, quindi si sapeva già il rischio di ignorare queste misure precauzionali. Un altro fattore è che il lavoro nel campo della tecnologia si presta facilmente al lavoro remoto: personalmente lavoro per una grande azienda farmaceutica come ingegnere software, ho meeting giornalieri con persone da ogni parte del mondo (in videochiamata ovviamente), e prima della crisi abbiamo sempre potuto lavorare da casa un numero illimitato di volte al mese; quindi, abbiamo sia l’infrastruttura necessaria (che purtroppo manca in altri paesi), sia la cultura del lavoro in remoto. Infine, un altro fattore grazie al quale la popolazione della Silicon Valley ha preso molto seriamente le misure è l’alto grado di istruzione; per esempio, nella città di Palo Alto il 37% della popolazione ha un master, il 33% ha il bachelor (che sarebbe l’equivalente del 3+2 universitario in Italia) e il 16% ha un dottorato, per un totale di 86% di persone almeno laureate. Questo livello di educazione permette alla popolazione di avere la capacità critica e analitica di cercare informazioni scientifiche accurate prima di prendere decisioni per sé e per la propria famiglia e non fermarsi alla catena di Whatsapp (che qui non si usa) o al post di Facebook.

Lo scenario che ho appena descritto sfortunatamente non si è ripetuto in tutti gli altri stati, né allora né oggi, nonostante le immagini delle fosse comuni scavate a New York per seppellire le centinaia di morti. Come credo saprete quest’anno ci sono le elezioni presidenziali a novembre, e il Covid-19 è esploso in un momento storico in cui l’America non è mai stata così divisa. Il presidente Trump, maestro di idolatria personale e chiamato dagli avversari politici “con artist” (letteralmente “artista di truffe”), ha subito politicizzato il virus, cambiando frequentemente versione. Senza entrare nel resoconto quasi giornaliero dei messaggi ambivalenti lanciati dal presidente sia attraverso le conferenze stampa, sia sul suo amato Twitter, Trump è passato dal dichiarare che il virus è inesistente e frutto di cospirazioni democratiche per screditare la sua presidenza, a poi dire che il “virus cinese” è una grave “minaccia invisibile” e che la sua amministrazione sta facendo un lavoro eccellente per combatterlo. Come sappiamo queste ultime dichiarazioni sono semplicemente false, visto che gli Stati Uniti sono al momento in cui scrivo il paese del mondo con più casi in assoluto, con morti che stanno arrivando alle cifre che purtroppo abbiamo visto in Nord Italia. A causa di questa politicizzazione del virus, gli stati con governo Repubblicano (il partito del presidente) si sono rifiutati di attuare misure di contenimento, dichiarando che la libertà individuale dichiarata dalla Costituzione non può essere soggetta a restrizioni di movimento, e che non si può fermare l’economia per dubbiosi vantaggi.

Non voglio dilungarmi sulla complicata situazione politica americana; il punto è che in stati a maggioranza Repubblicana ancora oggi non ci sono misure come la semplice distanza sociale e ancora ci sono persone incredule che un’emergenza di questa portata possa accadere, perché “queste cose non succedono in America”. La California, stato a stragrande maggioranza Democratica, ha rotto con la linea presidenziale molto presto dichiarando l’emergenza nazionale, che ha trasformato in pochi giorni le linee guida citate precedentemente in un’ordinanza in pieno effetto. In poche parole, personalmente sto lavorando da casa da un mese, mentre in altri stati si comincia solo ora (o non si è ancora iniziato).

Insomma, com’è la mia esperienza, che presumibilmente riflette l’esperienza di un lavoratore nel campo della tecnologia in una delle più grandi economie del mondo? Assurdamente, non abbiamo mai avuto più lavoro di oggi. Quasi tutte le grandi aziende di tecnologia dove conosco persone che vi sono impiegate hanno iniziato a sviluppare soluzioni per il virus, che sia nella forma di siti, app, strumentazioni di diagnosi e così via; inoltre, visto l’elevato numero di nuovi utenti per servizi di comunicazione remota e intrattenimento, alcuni business hanno avuto una vera e propria esplosione, come per esempio il famoso Zoom (i cui uffici sono a 5 minuti a piedi da casa mia). Mentre più di 6 milioni di persone nel resto dell’America sono senza lavoro e aspettano di ricevere parte del più grande pacchetto federale di stimolo economico nella storia degli Stati Uniti, le aziende della Silicon Valley assumono un numero maggiore di persone e spediscono portatili direttamente a casa per iniziare a lavorare velocemente, vista la grande richiesta di personale.

Per quanto riguarda la vita sociale, mi sono trovato a parlare con persone con cui non mi sentivo da mesi, alcune da anni. Uno degli effetti del lockdown mondiale è che amici e parenti intorno al mondo sono molto probabilmente a casa anche loro, nonostante sia un sabato sera nell’ora locale, e quindi sono disponibili per chiacchierare per ore. Lo stesso succede al lavoro, dove ci sono “coffee breaks” virtuali almeno due volte al giorno, e una volta alla settimana organizziamo un pranzo con il team (ovviamente in remoto); è umanizzante vedere persone con cui lavori tutti i giorni, ma di cui a livello personale non sai molto, con i loro familiari e nelle loro case, e scoprire come sono al di fuori del lavoro. Lungi dal dire che il Covid-19 sia stata una benedizione, devo dire che avendo tolto la foga di organizzare “cosa fare” con gli amici e la famiglia, si riscopre la voglia di parlare veramente, di stare in compagnia senza essere nel locale giusto o al party giusto, perché senza queste cose rimaniamo solo noi, ma fortunatamente non soli.

Ci sarebbe tantissimo di cui parlare ancora, ma preferisco chiudere con una nota personale. Nella mia vita ho vissuto in Italia, Gran Bretagna e ora Stati Uniti; non mi sento italiano, non mi sento inglese e nemmeno americano. Questa esperienza di lockdown, che sta interessando almeno metà della popolazione mondiale, ci deve ricordare che siamo tutti persone, cittadini del mondo, e che questa è una delle poche esperienze che tutti ci ricorderemo per il resto della nostra vita come qualcosa che ci accomuna, nonostante il luogo in cui viviamo. Stay safe.

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