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Caso Weinstein: e se l’orco fosse in azienda?

Come difendersi dalle molestie a sfondo sessuale negli ambienti di lavoro e quale comportamento assumere nei confronti di chi abusa del proprio ruolo promettendo aiuti per la carriera e la professione? Lo abbiamo chiesto a tre donne manager
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Caso Weinstein: e se l’orco fosse in azienda?

La vicenda è nota: il produttore di Hollywood Harvey Weinstein è stato denunciato da oltre una dozzina di attrici per molestie sessuali. L’azione legale intrapresa da questo gruppo di donne dello showbiz, ripresa dal New York Times e il New Yorker, ha dato il via a un vero e proprio caso con una vasta eco su tutti i media internazionali. In seguito alla denuncia delle attrici, numerose celebrity hanno rivelato di aver subito molestie, avances spinte e ricatti da Weinstein.

Sulla scia di questo episodio triste ed eclatante, emblematico di tutti gli abusi di potere, abbiamo pensato di raccogliere l'opinione di donne manager sul tema delle molestie a sfondo sessuale da parte di chi riveste un ruolo superiore in azienda. Il tema incide su ambienti e vite professionali di tanti e gestire situazioni di questo tipo non è affatto semplice, senza contare che le conseguenze di una denuncia, spesso, possono essere molto pesanti.

Cosa ti ha più colpito del caso Weinstein: che tutti sapessero e nessuno abbia mai detto nulla, che non lo abbiano denunciato a suo tempo o… ?

Graziella Gavezotti (Chief operating officer Southern Europe and Africa Edenred e Presidente Edenred Italia): Il caso Weinstein dimostra che tanto più personale è la situazione, più difficile risulta parlarne pubblicamente. Ed è grazie a questo meccanismo di protezione psicologica che Weinstein ha potuto continuare nel suo comportamento per anni. Quindi non voglio giudicare chi ha fatto emergere il caso anche dopo molto tempo, sono piuttosto contenta che tale periodo abbia avuto finalmente il suo epilogo.
Mariolina Brovelli (Marketing director Faber-Castell): Nessuno stupore. Funziona così purtroppo da sempre in tutti i contesti.
Luisa Quarta (Marketing director presso Bureau van Dijk Italia): Che nessuno abbia mai detto nulla. 

Tu cosa pensi di quanto accaduto e dei risvolti sulla vita professionale delle donne coinvolte?

Gavezotti: Il mondo dello show biz è veramente diverso da quello che viviamo noi tutti i giorni: c’è una pressione e un’ansia di emergere estrema. Pensi di valere, ma dipendi dal giudizio di chi può oscurarti o metterti in luce. Queste donne vivono per definizione situazioni in cui si sentono deboli e che il loro ambiente non sostiene, anzi. Tuttavia è un mondo talmente lontano dal mio che non riesco proprio a proiettarmi in esso. 
Brovelli: Penso sia un’ennesima conferma che l’emancipazione femminile sia ancora lontana. È ancora una sconfitta, purtroppo. Non possiamo conoscere i motivi per cui le donne coinvolte non siano riuscite a fare outing o a denunciare il fatto: è una questione troppo personale, ma sicuramente il trauma lascia ferite perenni nella vita privata e professionale di una persona. 
Quarta: Al di là della comprensione per le motivazioni che le hanno potute spingere a non denunciare, credo che la loro immagine professionale non ne esca vincente, soprattutto quella delle donne che non hanno mai denunciato. 

Oltre Hollywood, hai mai saputo di donne o uomini che nella loro professione hanno dovuto sottostare a tali ricatti? E cos’hanno fatto?

Gavezotti: Un tempo si chiamavano “avances” e venivano declinate più o meno con durezza. Credo che ogni persona gradevole possa averle sperimentate, almeno una volta nella propria vita. La differenza sta nell’insistenza e nella possibile minaccia in caso di rifiuto. Rifiutare è l’unica soluzione possibile.
Brovelli: Certo che sì. C’è sempre un uomo che ci prova e una donna che viene sottomessa da un ricatto. Alcune l’hanno subito, altre hanno reagito. Conosco personalmente una collega che ha cambiato lavoro, città e vita per un caso del genere: non è facile, ci vuole tanto coraggio.
Quarta: No, di ricatti no. Le maggiori organizzazioni stanno andando esattamente in direzione opposta, adottando dei codici di comportamento che vietano categoricamente queste azioni e soprattutto ne incentivano la denuncia. 

Da donna, è un comportamento che capisci o condanni e perché?

Gavezotti: Certo che lo condanno, ma scherziamo. Mi disturba molto pensare che devo limitare la mia spontaneità per non dare spazio o, peggio, favorire tali eventi. Mi imbarazza avere a che fare con una persona che si attende da me uno scambio iniquo, favori contro disponibilità.
Brovelli: Non mi sento di condannare nessuno, ognuno si comporta secondo la propria coscienza o la propria etica professionale.
Quarta: Non credo che per far carriera occorra sottostare a questi ricatti, non solo per una responsabilità verso se stesse ma anche per non dar seguito a queste deplorevoli “consuetudini”.

Le statistiche dicono che gli abusi sulle donne sono un fenomeno rilevante nel nostro paese, ma le vittime non li denunciano perché hanno paura, si sentono sole e sanno che ne usciranno perdenti (un po’ come il manager che ha denunciato le ruberie del capo corrotto e ne è uscito con le ossa rotte e allontanato e ignorato da tutti)?

Gavezotti: In un mondo globalizzato ogni notizia viene amplificata e, come ho detto prima, una persona può non denunciare per vergogna, per timore di non essere creduta e per paura di una vendetta. Purtroppo sappiamo che i due casi ultimi si verificano troppo spesso. Quindi che fare? Adottare maggiore riservatezza nel commentare e diffondere certe denunce e creare maggiore sostegno alla vittima di abusi.
Brovelli: Credo che purtroppo sia una triste realtà.
Quarta: Purtroppo nel nostro paese è forte ancora la cultura che riconosce all’uomo una posizione di supremazia rispetto alla donna e l’aspetto più preoccupante di tutto ciò è che spesso sono proprio le madri che insegnano alle figlie a porsi in una condizione di inferiorità rispetto all’uomo. Occorre insegnare sin da piccoli il rispetto per l’altro, uomo o donna che sia. 

E che tu sappia o pensi ci sono donne che compiono abusi sessuali di questo tipo? È lo stesso fenomeno, anche se molto più limitato e perché?

Gavezotti: Penso che le debolezze umane siano presenti in tutte le persone, anche se a livelli di intensità differenti. Non sempre una debolezza si trasforma in abuso, ovviamente. Per la seconda parte della domanda rispondo dicendo che è una questione statistica, ma, mi scusate la superficialità, non sono un’esperta.
Brovelli: Sono certa che ci siano abusi sessuali da entrambe le parti. È comunque sempre un gioco di potere.
Quarta: Chiunque si trovi in una posizione di potere e non ha rispetto per le persone potenzialmente potrebbe compiere questi atti, al di là dell’essere donna o uomo. 

E se tu scoprissi che qualcosa di simile avviene nella tua azienda cosa faresti? 

Gavezotti: Interverrei in modo diretto ma riservato, parlando con la persona che abusa del suo ruolo fino a farla desistere o se è il caso allontanandola. Il luogo di lavoro è un ambito dove si ha bisogno di impostare relazioni di fiducia e di supporto. Quale confidenza posso avere in un collega o superiore che mi disturba sul piano personale?
Brovelli: Non riuscirei a far finta di nulla, cercherei il modo di difendere la vittima.
Quarta: Aiuterei la persona coinvolta a trovare il coraggio di denunciare. 

Cosa servirebbe per superare queste consuetudini davvero e una volta per tutte?   

Gavezotti: Non credo ci sia una soluzione. L’essere umano per natura è imperfetto e sovente ricade nei suoi stessi errori.
Brovelli: Una maggiore autostima da parte delle donne e un maggior rispetto verso l’altro sesso da parte dell’uomo. È una questione di cultura e di educazione.
Quarta: Diffondere la cultura di genere fin da piccoli, diffondere nelle donne la convinzione che non occorre servirsi del proprio corpo per far carriera, ma che hanno pari potenzialità intellettuali rispetto agli uomini e, infine, a mio avviso l’azione più importante, ossia avviare delle politiche verso i media affinché non presentino, promuovano e sfruttino l‘immagine della donna come oggetto sessuale. 

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